La crisi politica che ha fatto tremare i palazzi del potere palermitano si è risolta, almeno per ora, con il più classico dei “nulla di fatto” istituzionali, ma con un vincitore politico chiarissimo: il Governatore stesso. Nel teatro della politica siciliana, le minacce di dimissioni sono raramente un atto di resa; molto più spesso, si rivelano una formidabile arma di distruzione di massa contro i dissidenti interni. E così è stato. Di fronte alle crescenti fibrillazioni nella maggioranza e al durissimo scontro interno a Forza Italia – acuito dalle parole del coordinatore regionale Minardo e dalle freddezze nazionali – Schifani ha estratto dal cilindro la mossa del camaleonte politico: mettere tutti al muro evocando lo spettro del voto anticipato.
I dettagli dell’operazione politico-psicologica sono da manuale del machiavellismo nostrano. Agitare la bandiera delle dimissioni significava evocare uno scenario apocalittico per gran parte dei deputati dell’Assemblea Regionale Siciliana (ARS). Un ritorno alle urne a dicembre avrebbe infatti comportato conseguenze devastanti per la macchina amministrativa e per le tasche degli stessi eletti:
- L’esercizio provvisorio automatico, con il blocco della manovra di stabilità e lo stop ai fondi cruciali proprio nei mesi della campagna elettorale.
- Un dramma tutto personale per i deputati al primo mandato, che avrebbero visto sfumare il diritto al trattamento previdenziale (il cosiddetto “vitalizio”), la cui soglia minima scatta solo a maggio 2027.
Mettendo sul piatto la fine anticipata della legislatura, Schifani ha costretto alleati recalcitranti e correnti interne a fare un rapidissimo bagno di realtà. La paura di perdere la poltrona prima del tempo ha congelato ogni velleità di fronda. In poche ore, lo stato maggiore della coalizione e gli stessi assessori regionali sono passati dai sussurri di crisi al coro unanime del «andiamo avanti, c’è ancora tanto lavoro da fare».
L’editoriale di questa crisi lampo non racconta dunque la storia di un governatore debole e isolato che medita il ritiro, bensì la cronaca di un lucido bluff di potere. Schifani ha dimostrato di conoscere a menadito le debolezze strutturali della sua maggioranza. Ha costretto i suoi detrattori a fare marcia indietro, blindando la giunta senza bisogno di cedere un millimetro.
Le dimissioni, come previsto dai più scaltri osservatori, resteranno chiuse in un cassetto. Ma l’arma del ricatto istituzionale è stata sguainata con successo: Schifani ha dimostrato che, a Palermo, chiunque provi a fargli lo sgambetto rischia di cadere per primo nel vuoto. La navigazione del governo regionale riprende, forse non più serena, ma sicuramente con un equipaggio improvvisamente molto più obbediente
